Stranger Things: perchè piace e perchè delude

Gabriele Cazzulini
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7 agosto 2016


Ho 40 anni, ho vissuto tutti gli anni ’80 in tutte le loro scintillanti ebbrezza e ora mi sono visto una delle più famose serie tv dedicata: Stranger Things. Sono anche un sociologo e questo mi rende scettico verso ogni operazione nostalgia a fini commerciali con insalatona mista dei peggiori luoghi comuni sugli anni ’80. Allora? Ecco cosa ne penso, senza spoiler e con un bel pò di corrosiva analisi sociale.

Parto Cassette da riavvolgere con matita; paninoteche; serate a giochi di ruolo Dungeons and Dragons con tavole di cartone e personaggi di piombo; colori fluorescenti; automobili chilometriche e altamente inquinanti: cosa resta degli anni ’80? La voglia di sognare, ma insieme, a occhi aperti, senza schermi digitali. Cose strane per il giorno d’oggi, vero? Anzi, ancora più strane, cioè “Stranger Things”, la serie tv di Netflix che fa sognare (e spaventare) i nostalgici degli anni Ottanta.

Stranger Things: ritorno al passato

Netflix, nella sua continua rincorsa a nuovi contenuti, ha capito furbescamente che per agganciare, coinvolgere e far spendere la generazione dei quarantenni bisogna fargli venire nostalgia dell’adolescenza. Gli anni Ottanta sono perfetti: il primo passo non era impossibile. Ma quello successivo era già decisivo: troppo facile lanciare l’operazione amarcord sugli anni Ottanta; bisogna trovare una buona storia, adatta al pubblico delle serie-tv,

Should I stay or Should I go? La canzone dei Clash è la chiave musicale e anche simbolica per interpretare Stranger Things. Restare o andare via? Appena dopo aver visto, in meno di 12 ore tutta la prima (spero non l’ultima) serie, ecco una valutazione d’impatto: (con sottofondo musicale dei Clash)

Should I stay – Cosa resta di più:

  • Tutta la storia si regge sul valore dell’amicizia: è centrata sui ragazzi, tra giri in bici, partite a giochi da tavolo, vita quotidiana. La scoperta del mondo, nelle sue luci e nei suoi buchi neri, è un’impresa da scoprire insieme, fianco a fianco. Ma l’amicizia coinvolge anche i ragazzi più grandi, superando anche le solite rivalità d’amore e – ancora più bello – l’amicizia avvicina chi (Hopper, Joyce) deve fronteggiare una tragedia personale.
  • La fotografia è “da sballo”, per colori, inquadrature, soggetti. Tanti fotogrammi meritano di finire in una vera e propria galleria per raccontare l’intera storia.
  • Il segreto della storia si svela poco per volta, secondo un procedere logico, che “doma” l’irrazionalità del “mostro”.
  • I riferimenti al Signore degli Anelli sono molto di più: Stranger Things è la versione moderna, americanissima, televisiva, di un modello di storia antichissimo: la compagnia dei piccoli eroi, il supereroe, gli orchi, il mostro. E’ una storia universale. Come scriveva Aristotele: una vera tragedia unisce luogo, azione, personaggi. Questo è Stranger Things.

…or Should I go – Cosa va via e non funziona:

  • Le famiglie sono ciniche e apatiche nella migliore delle ipotesi; violente e alla deriva nelle peggiori. Niente di nuovo. E’ un tono fortemente realistico sempre valido. Altro che anni ’80.
  • Il potere, le istituzioni, sono un pallido riflesso di grandi poteri invisibili, fuori controllo: tirannia sotto forma di democrazia commerciale e televisiva. Ma il potere del telecomando non può cambiare canale contro il potere del grilletto in mano ad un agente dello Stato.
  • Ovviamente Stranger Things è razzista: i protagonisti sono essenzialmente “wasp” (eccetto uno dei tre ragazzini), che vivono in un lussuoso quartiere residenziale bianco e frequentano scuole per bianchi ricchi. Anche la cittadina in cui vivono, Hawkins, incarna il miglior stereotipo dell’America di provincia (Midwest?).
  • Non esiste in pratica un “senso” del tempo in cui ha luogo la storia: i sovietici e la disoccupazione/crisi economica erano comunque temi vissuti e critici per l’America dei primi anni di Reagan. Qui invece la cittadina di Hawkins è un’isola felice. Non contano i soggetti collettivi (stati, società, gruppi, associazioni…). Contano solo le persone individuali (io, te, lui, lei …)

Il finale poteva riservare più sorprese. Ma è già questa serie tv una bellissima sorpresa: una normale, un po’ nostalgica, storia perfettamente raccontata, apprezzata, ricordata.


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